Come ridurre il tasso di abbandono del carrello: la guida pratica per e-commerce


Il tasso di abbandono medio del carrello, su scala globale, sta attorno al 70%. Settanta per cento. Vuol dire che su 100 persone che mettono prodotti nel carrello, solo 30 arrivano al “grazie per il tuo ordine”. Lavoro nel performance marketing da oltre dieci anni e ti dico una cosa: nessuno dei miei clienti, nemmeno quelli con conversion rate sopra il 4%, riesce a scendere sotto il 55-60% di abbandono. È un problema strutturale degli e-commerce — ma è un problema gestibile, se sai dove intervenire.

Performance marketing Dominanza Digitale

Tabella riepilogativa: cosa imparerai in questo articolo

Punto chiaveImpatto stimato sul recupero
Eliminare costi di spedizione nascosti+35% conversioni
Checkout ottimizzato (campi ridotti, ospite consentito)+15-20% completamenti
Flusso email di recupero ben fattorecupero del 10-15% dei carrelli
Retargeting Meta/Google sui visitatori di checkout+8-12% sul ROAS totale
Trust badge e garanzie visibili+5-10% completion rate
Versione mobile snella+25% conversioni mobile

Perché la gente abbandona il carrello (e cosa dicono davvero i dati)

Si fanno tante teorie sull’abbandono carrello — molte sbagliate. Quando guardi i dati reali, tipo quelli del Baymard Institute (che è il riferimento del settore), le cause si raggruppano in poche categorie ben precise. Costi extra inaspettati al checkout (spedizione, tasse, commissioni): è la causa numero uno, citata da circa il 48% degli utenti. Obbligo di creare un account: 24%. Processo troppo lungo o complicato: 17%. Mancanza di fiducia nella sicurezza dei pagamenti: 18%.

Hai notato una cosa? Il prezzo del prodotto non compare. Cioè, le persone hanno deciso di comprare — hanno aggiunto al carrello — e poi qualcosa, durante il checkout, le fa cambiare idea. Questo è importante perché ti dice dove devi mettere le mani: non sul prezzo, ma sull’esperienza di acquisto.

Voglio aggiungere una cosa che vedo ogni settimana lavorando con clienti fashion e cosmesi: c’è anche un abbandono “fisiologico”, quello di chi usa il carrello come wishlist. Persone che ci aggiungono prodotti per “salvarli” e tornare dopo. Non sono clienti persi — sono clienti rimandati. E si recuperano in modo diverso, con email e retargeting, non con modifiche al checkout.

Per capire quale tipo di abbandono hai sul tuo store, devi segmentare:

  • Abbandono in pagina prodotto/cart: di solito problema di prezzo o offerta
  • Abbandono in checkout step 1 (dati spedizione): form troppo lungo o costi shipping
  • Abbandono in step 2 (pagamento): trust signals deboli, metodi di pagamento mancanti
  • Abbandono dopo aver inserito la carta: errore tecnico, gateway lento, 3D Secure rotto

Ognuno di questi richiede una soluzione diversa. Non esiste una “ricetta unica” — chi te la vende sta semplificando troppo. Per approfondire come misuriamo questo genere di funnel sui clienti reali, qui trovi una panoramica del performance marketing applicato e dei casi studio su cui abbiamo lavorato.

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Costi di spedizione nascosti: il problema numero uno

Se devi sistemare una sola cosa sul tuo e-commerce e leggere solo un capitolo di questo articolo, leggi questo. La causa più comune di abbandono carrello in assoluto sono i costi extra che spuntano fuori al checkout: spedizione, IVA non inclusa, commissioni di pagamento, “contributo ambientale”, quello che vuoi. Il problema non è tanto il costo in sé — è la sorpresa.

Te lo dico con un caso vero. Un cliente fashion donna con cui lavoriamo aveva un tasso di abbandono dell’82% in checkout. Faceva spedizione gratuita sopra €60, ma il messaggio era nascosto in una nota piccola in fondo al carrello. La gente metteva tre prodotti per €55 e poi si ritrovava €7 di spedizione che apparivano solo all’ultimo step. Abbiamo fatto una cosa banale: messo un banner sticky in alto al sito che diceva “Spedizione gratis sopra €60 — ti mancano XX€” con un contatore dinamico. Tasso di abbandono sceso al 68% in due settimane. AOV salito da €58 a €74.

La regola d’oro è: mostra tutto subito, non sorprendere mai il cliente al checkout. Le tattiche concrete che funzionano:

  1. Banner sticky con soglia di spedizione gratuita — vede sempre quanto manca per spedizione gratis
  2. Calcolatore di spedizione visibile in pagina carrello — non in checkout
  3. Spedizione inclusa nel prezzo se margine te lo consente, alza il prezzo del 10% e dichiara “spedizione gratuita ovunque” (psicologicamente molto più forte)
  4. Trasparenza sulle tasse — se vendi B2C l’IVA è inclusa nel prezzo, ma se vendi anche B2B chiarisci subito quali prezzi sono iva esclusa e quali iva inclusa

Una variante interessante che ho visto funzionare bene: la “tariffa flat unica” tipo €4,90 per qualsiasi ordine sotto soglia. Funziona perché elimina l’incertezza. Il cliente sa già, prima ancora di mettere prodotti nel carrello, quanto pagherà di spedizione. Niente sorprese.

Ah, una nota — se vendi all’estero, attenzione alle dogane. I clienti non italiani che ordinano da te e si vedono recapitare un pacco con €30 di dazi a sorpresa non comprano più. Mai più. Usa servizi come DDP (Delivered Duty Paid) e dichiaralo chiaramente in fase di checkout: “tasse e dazi inclusi nel prezzo finale”.


Checkout: one-page o multi-step? La risposta dipende dal settore

Questa è una domanda che mi fanno tutti i clienti almeno una volta. La risposta breve: dipende. La risposta lunga richiede di capire cosa converte meglio per il tipo di prodotto che vendi.

Single page checkout (tutto in una schermata) funziona meglio quando:

  • Hai prodotti a basso prezzo (sotto €50)
  • Il cliente è già loggato o cliente di ritorno
  • Vendi prodotti commodity dove la decisione è già stata presa
  • Il pubblico è giovane e mobile-first

Multi-step checkout (3-4 step separati) funziona meglio quando:

  • Hai prodotti a prezzo alto (sopra €100-150)
  • Vuoi mostrare upsell/cross-sell nel mezzo del processo
  • Hai clienti meno tech-savvy (60+ età media)
  • Vendi configurabili che richiedono scelte (taglie, varianti, personalizzazione)

Il punto vero non è quanti step hai, ma quanti campi obbligatori. La regola: ogni campo che togli, recuperi conversioni. Ti faccio la lista dei campi che NON devono mai essere obbligatori:

CampoObbligatorio?Note
Nome e cognomeOvvio
EmailPer conferma ordine
TelefonoSolo se servizio richiedeSpedizione corriere lo richiede, ma rendilo opzionale o pre-compila con +39
IndirizzoMa usa autocomplete Google Places
Codice fiscaleNOSolo se vendi a P.IVA o servizi che lo richiedono
Data di nascitaNO MAIServe solo per marketing, mettilo in newsletter
Conferma passwordNOLascia il campo singolo con icona “mostra password”

Una cosa che funziona benissimo e che pochi fanno: checkout come ospite di default, account opzionale dopo l’acquisto. Costringere a creare un account prima di pagare ti fa perdere fino al 24% dei carrelli. Dopo che il cliente ha pagato, gli mostri un “Vuoi salvare i tuoi dati per il prossimo ordine? Crea password” con un click — la conversione di account creati post-acquisto, dai test che ho visto, è molto più alta.

Per i clienti che scelgono di lavorare sul checkout in profondità, il lavoro che facciamo combina A/B test sulle strutture di pagamento e remarketing per capire dove esattamente il funnel si rompe.

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Email di recupero carrello: il flusso a 3 step che funziona davvero

Il recupero del carrello via email è uno degli ROI più alti che esistono nell’e-commerce. Stiamo parlando di un canale che, fatto bene, recupera il 10-15% dei carrelli abbandonati senza alcun investimento aggiuntivo in advertising. È praticamente revenue gratuita — o meglio, è revenue che tu hai già pagato per generare e che stai lasciando per strada.

La struttura del flusso che faccio implementare ai clienti è sempre la stessa, perché funziona. Tre email, non una, non cinque.

Email 1 — 1 ora dopo abbandono. Niente sconto, mai. Solo un reminder gentile: “Hai lasciato qualcosa nel carrello, qui sotto trovi il link per completare l’ordine”. Subject line tipo “Hai dimenticato qualcosa?” o “Il tuo carrello ti aspetta”. Mostra i prodotti con foto, nome, prezzo. CTA singola e grossa: “Completa l’ordine”. Questa email recupera circa il 6-8% da sola.

Email 2 — 24 ore dopo abbandono. Qui puoi alzare un po’ il tiro. Aggiungi social proof — recensioni del prodotto specifico, magari un User Generated Content. Subject line tipo “Ancora indeciso? Ecco cosa dicono i nostri clienti”. Nessuno sconto ancora. Recupera circa il 3-4%.

Email 3 — 72 ore dopo abbandono. Qui finalmente puoi mettere uno sconto, ma con cautela. Tipo 10% con codice dedicato, e con una scadenza chiara (“Valido solo nelle prossime 24 ore”). Subject line “Ultimo sconto per te: -10% sul tuo carrello”. Recupera circa il 2-3%.

Cosa NON fare nelle email di recupero:

  • Non mandare la prima email dopo 5 minuti — sembri disperato e spammoso
  • Non offrire mai sconto nella prima email — abitui i clienti ad aspettare
  • Non usare countdown finto (“solo 2 rimasti!”) quando non è vero — ti distrugge il trust
  • Non mandare email di recupero a chi è già cliente fedele — ha già il prezzo migliore

Una variante che vedo funzionare benissimo nel fashion: nella seconda email, mostra non solo il prodotto abbandonato ma 3-4 prodotti “complementari” o “alternative simili”. A volte la persona ha abbandonato perché ha dubbi sulla taglia o sul colore, e vedere alternative la riporta indietro.

Per impostare flussi email di questo tipo bene, serve un setup tecnico curato. Klaviyo, Mailchimp e Brevo sono i tre tool più usati nel mercato italiano. Il lavoro che facciamo sull’email marketing parte sempre dall’audit dei flussi automatici esistenti — recupero carrello, post-acquisto, winback — perché lì c’è di solito il 30% di revenue lasciata sul tavolo.


Retargeting su Meta e Google per chi ha abbandonato

L’email di recupero funziona solo se il cliente ti ha dato la mail. Ma una buona fetta di chi abbandona il carrello — diciamo il 50-60% — non ha nemmeno iniziato il checkout, quindi non hai un’email da contattare. Per loro, c’è solo una strada: il retargeting via paid media.

La struttura che funziona meglio, e che faccio implementare praticamente a tutti i clienti e-commerce, prevede tre audience separate su Meta:

  1. ATC senza purchase ultimi 7 giorni (Add To Cart) — l’audience più calda
  2. IC senza purchase ultimi 7 giorni (Initiate Checkout) — leggermente più fredda dell’ATC perché ha mostrato più friction
  3. Page View prodotto senza ATC ultimi 14 giorni — fredda ma ancora utile

Per ognuna di queste serve una creatività diversa, non lo stesso ad. L’errore classico che vedo fare è mostrare lo stesso ad a tutti e tre i livelli di audience. Per chi ha messo nel carrello, mostragli il prodotto specifico (DPA — Dynamic Product Ads). Per chi ha iniziato checkout, aggiungi un elemento di urgenza — magari un timer, una promo limitata. Per chi ha solo guardato la pagina prodotto, fai un ad più “soft” che parla del brand, dei valori, delle recensioni.

Sui budget: il retargeting non deve mai pesare più del 15-20% del budget totale di paid. Se ti accorgi che è di più, vuol dire che stai recuperando solo le persone che già conoscevi e non stai facendo abbastanza acquisizione. È un errore comune, soprattutto in marche con pubblico ridotto.

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Su Google ti consiglio:

  • Performance Max con audience signal “checkout abandoners” — ti permette di sfruttare l’AI di Google su un pubblico già qualificato
  • Standard Shopping con campagna dedicata al retargeting con bid maggiorati
  • Display retargeting dinamico — costa poco e tiene il brand presente

Se vuoi approfondire come strutturiamo le campagne, qui c’è la pagina dedicata a Facebook AdsGoogle Ads e — sempre più rilevante per pubblico giovane — TikTok Ads. Per una panoramica più ampia sulle tecniche moderne di retargeting, c’è anche questo approfondimento.

Una nota tecnica importante: con iOS 14.5+ e l’arrivo di tutte le restrizioni privacy, il retargeting funziona meno bene di prima. Devi assolutamente usare la Conversions API (CAPI) lato server, non solo il pixel browser. Senza CAPI stai perdendo dal 30 al 50% degli eventi tracciati. Questo significa audience più piccole, performance peggiori, costi più alti.


Trust signals, garanzie e metodi di pagamento

Una persona che mette il prodotto nel carrello ha già deciso che lo vuole. Quello che le manca, alla pagina di pagamento, è la fiducia di tirare fuori la carta di credito sul tuo sito. Tutto quello che riduce questa friction psicologica aumenta il completion rate.

Gli elementi di trust che fanno davvero la differenza, in ordine di impatto:

1. Logo dei metodi di pagamento ben visibili. Non solo Visa/Mastercard. Aggiungi PayPal, Apple Pay, Google Pay, Klarna o Scalapay (per il rateizzato). Quando un cliente vede 7-8 logo di pagamento sotto al CTA, percepisce il sito come “serio” e moderno. Klarna in particolare, sui prodotti sopra €100, aumenta le conversioni del 20-30% perché permette di pagare in 3 rate senza interessi. Scalapay funziona molto meglio per il pubblico italiano rispetto a Klarna nelle fasce di prezzo €50-200.

2. Trust badge di sicurezza pagamenti. “Pagamento sicuro SSL”, “Verificato Visa”, “PCI DSS compliant” — non importa che il cliente capisca cosa significa, importa che li veda. Trustpilot, se hai un buon punteggio (sopra 4.3), va messo in evidenza.

3. Politica di reso chiara e generosa. “Reso gratuito entro 30 giorni” è il minimo. Se puoi permetterti 60 giorni, ancora meglio. Il reso non è un costo — è un investimento sulla riduzione dell’attrito di acquisto. Le aziende che hanno reso gratuito e veloce convertono di più, anche al netto del costo dei resi.

4. Recensioni nel footer del checkout. Una sezione piccola in fondo alla pagina di pagamento con 2-3 recensioni reali e una stella media. Non sotto al CTA principale (distrae), ma come “rassicurazione finale”.

Una cosa importante che sottovalutano in tanti: il numero di telefono e l’email di assistenza nella pagina di checkout. Lo so, sembra che riduca le conversioni perché “distrae” — in realtà aumenta il trust. La gente non chiama mai, ma il fatto che ci sia un numero la fa sentire al sicuro. “Se qualcosa va storto, posso chiamare”. Mettilo in alto a destra, ben visibile.

Per i prodotti di prezzo medio-alto (sopra €200), aggiungi una garanzia soddisfatti o rimborsati esplicita. Tipo: “Se non sei soddisfatto, ti rimborsiamo entro 30 giorni, no domande”. Questa singola frase, l’ho testata su un cliente di gioielleria, ha aumentato il conversion rate del 14% in due settimane.


Mobile checkout: dove perdi davvero la maggior parte delle vendite

Apri la console di analytics del tuo e-commerce e guarda. Probabilmente il 65-75% del traffico è da mobile. Poi guarda il conversion rate: scommetto che da desktop converte 2-3 volte più che da mobile. È normale — e sbagliato. È normale perché il mobile ha sempre convertito meno per ragioni strutturali (schermo piccolo, distrazione, condizioni d’uso). È sbagliato perché in molti store italiani il gap è enorme, tipo 0,8% mobile vs 3,5% desktop. Quel gap si recupera.

Le aree da sistemare sul mobile sono in ordine di priorità:

1. Velocità di caricamento. Sotto i 3 secondi, sopra i 3 perdi il 53% degli utenti. Strumenti come PageSpeed Insights e Lighthouse ti dicono dove intervenire. I problemi tipici: immagini non ottimizzate, troppi script di tracking, font caricati in modo sbagliato.

2. Tasti di pagamento espressi sopra al fold. Apple Pay, Google Pay e PayPal Express devono essere i primi tasti che vedi quando apri la pagina carrello su mobile. Un tap, fingerprint, pagato. Senza dover digitare niente. Questi metodi di pagamento espressi convertono fino al doppio dei pagamenti con carta su mobile.

3. Form ottimizzati per mobile. Tutti i campi devono avere il inputmode corretto (numerico per il telefono, email per la mail), l’autocomplete attivo, il keyboard giusto che si apre. Sembra banale, ma ho visto siti dove il campo “telefono” apriva la tastiera alfabetica — e la gente abbandona dopo due tentativi.

4. Pulsanti grandi e ben spaziati. Il dito è grosso, lo schermo è piccolo. Ogni CTA deve essere alto almeno 48px. Lo spazio tra i tasti deve essere sufficiente a non far cliccare per sbaglio sul tasto sbagliato.

5. Niente popup invasivi durante checkout. Newsletter popup, exit intent, chat che si aprono da sole — tutti elementi che su desktop magari non sono troppo invasivi ma su mobile coprono il 70% dello schermo e fanno scappare la gente. Disattivali nelle pagine di checkout, sempre.

Una cosa specifica per il mercato italiano: tantissimi clienti mobile abbandonano alla pagina del 3D Secure perché non capiscono cosa fare, oppure il sistema si blocca. Soluzioni: usa gateway che hanno SCA (Strong Customer Authentication) ottimizzata, tipo Stripe o Adyen, e testa il flusso end-to-end almeno una volta al mese su uno smartphone vero. Non sull’emulatore — sul telefono. Sempre.

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Come misurare e ottimizzare il funnel di checkout

Tutto quello che ho scritto sopra non vale niente se non misuri. Il problema più grosso che vedo sui clienti è che non sanno dove esattamente perdono la gente. Sanno che il tasso di abbandono è alto, ma non sanno se è in pagina prodotto, nel carrello, allo step 1 di checkout, allo step 2, alla pagina di conferma carta. E senza saperlo, le ottimizzazioni vanno a caso.

I KPI minimi che devi tracciare sono:

MetricaCosa misuraBenchmark e-commerce
Add-to-Cart rate% visitatori che aggiungono al carrello5-10%
Cart-to-Checkout rate% di chi va da carrello a checkout50-70%
Checkout-to-Purchase rate% di chi completa il pagamento40-60%
Conversion rate complessivo% visitatori che acquistano1.5-3.5%
Cart abandonment rate1 – (acquisti / carrelli creati)65-75%

Se uno di questi numeri è sotto la fascia bassa del benchmark, lì hai il problema più grosso. Lavora prima su quello.

Gli strumenti che servono per misurare bene:

  • Google Analytics 4 con eventi custom su ogni step del checkout (begin_checkoutadd_payment_infoadd_shipping_infopurchase)
  • Hotjar o Microsoft Clarity per registrare le sessioni e vedere dove la gente si blocca davvero — su mobile soprattutto, le registrazioni di sessione sono illuminanti
  • Heatmap della pagina carrello e checkout per vedere dove cliccano e dove si fermano
  • A/B testing con tool tipo VWO, Optimizely o Google Optimize sostituto (Convert.com è una buona alternativa dopo la chiusura di Optimize)

Una pratica che faccio settimanalmente con i clienti più strutturati: il funnel review. Ogni venerdì si prendono i numeri della settimana, si confrontano con la settimana prima, e si guarda dove c’è stato il calo maggiore. Poi si va in Hotjar a guardare 10-15 sessioni di gente che ha abbandonato in quel punto specifico, e si capisce cosa è successo. Magari un bug, magari un’opzione di pagamento sparita, magari un coupon che non funziona — non lo sai finché non guardi. È noioso ma è il lavoro che fa la differenza tra una performance media e una buona.

Se vuoi un esempio concreto di come tutta questa metodologia si applica su clienti reali, qui ne abbiamo raccolti alcuni: casi studio di successo nel performance marketing. Si vede bene come i numeri di abbandono carrello scendono nel tempo applicando questi principi in modo metodico, non a casaccio.

Per chi volesse capire dove iniziare con un audit serio del proprio e-commerce, dal lato creative ai canali paid all’integrazione AI, ci si può scrivere dalla pagina contatti. Diamo sempre un primo parere senza impegno guardando i numeri attuali.


Domande frequenti sul tasso di abbandono del carrello

Qual è un tasso di abbandono carrello “normale” per un e-commerce? La media globale è attorno al 70%. In Italia, sui clienti che seguiamo, vediamo numeri tra il 65% (i migliori) e l’82% (i peggiori). Sotto il 65% di abbandono sei già un’eccellenza nel tuo settore. Sopra l’80% c’è sicuramente un problema strutturale da sistemare prima di pensare a investire di più in advertising.

Conviene offrire sconti per recuperare i carrelli abbandonati? Solo nell’ultima email del flusso di recupero (72 ore dopo abbandono) e con sconto contenuto, max 10-15%. Se inizi a offrire sconti subito, abitui i tuoi clienti ad abbandonare il carrello apposta per ricevere il coupon. È un comportamento osservato e documentato — distrugge i margini nel medio termine.

Quanto tempo dopo l’abbandono va mandata la prima email di recupero? Tra 1 e 2 ore dopo. Più presto suoni invadente e spammoso. Più tardi (tipo dopo 12-24 ore) perdi una grossa fetta di clienti che intanto hanno già comprato altrove o si sono dimenticati del tuo brand.

Il retargeting funziona ancora dopo iOS 14.5? Sì, ma con setup diverso. Devi obbligatoriamente avere la Conversions API (CAPI) lato server attiva, non basta il pixel browser. Le audience sono più piccole rispetto al pre-2021 ma il retargeting rimane uno dei canali con ROAS più alto in assoluto, se gestito bene.

Meglio Klarna o Scalapay per il pubblico italiano? Per fasce di prezzo €50-200, Scalapay converte meglio in Italia perché il brand awareness è più alto e il messaggio “3 rate senza interessi” è chiaro. Per fasce più alte (€200+), Klarna ha più opzioni di rateizzazione (anche 12 mesi) e funziona meglio. Idealmente, mettili entrambi.

Quanto costa implementare un buon flusso di recupero carrello? Se hai già una piattaforma email (Klaviyo, Brevo, Mailchimp), il costo è solo di tempo — 8-12 ore di lavoro per setup tecnico, copy e design del flusso a 3 email. Se non hai ancora un tool email, contali tra €30 e €150 al mese di abbonamento a seconda della grandezza del database. Il ROI di un flusso fatto bene è praticamente sempre positivo già dal primo mese.

A/B test sul checkout: da dove partire? Test con il rapporto rischio/beneficio migliore: rendi il checkout come ospite il default (vs creazione account obbligatoria); rimuovi il campo “telefono” come obbligatorio; sposta i tasti pagamento espresso (Apple Pay, PayPal) sopra il form principale. Questi tre test, in genere, hanno impatto positivo nell’80%+ dei casi.

Devo preoccuparmi del tasso di abbandono se vendo prodotti di alto prezzo? Sì, ma con metriche diverse. Su prodotti €500+ è normale avere abbandono dell’85-90% perché il processo decisionale è più lungo. Quello che conta è il tasso di recupero sui successivi 30-60 giorni — quanti di quegli abbandoni convertono via email, retargeting o ritorno organico. Lì sopra il 20% sei in buona posizione.

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