Key Takeaways box (in cima)
- H2 — Cosa vuol dire davvero fare un audit di conversione (e quando serve)
- Link a performance marketing
- Immagine: performance-marketing-dominanza-digitale.png
- H2 — Strumenti che servono prima di toccare il sito: GA4, Clarity, Hotjar e gli altri
- Tabella comparativa strumenti
- Link a SEO
- H2 — Lettura dei dati quantitativi: conversion rate, bounce e funnel di vendita
- Immagine: Differenze-tra-CPC-CPM-e-CPA-dominanza.png
- Link a differenza tra performance marketing e marketing tradizionale
- H2 — Analisi qualitativa: heatmap, session recording e form analysis
- Link a creative
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- H2 — Audit della pagina prodotto e del checkout: dove si perdono i soldi
- Link a casi studio
- Lista degli attriti più comuni
- H2 — Velocità del sito, Core Web Vitals e impatto sulla conversione
- Link a Google Ads
- Immagine: CPC-CPM-e-CPA-digitale-dominanza.png
- H2 — Da audit a CRO: come trasformare i dati in A/B test che funzionano
- H2 — Errori che trovo quasi sempre quando audito un nuovo cliente
- H2 — Domande frequenti (FAQ)
Come fare un audit di conversione del sito web: guida pratica passo passo
| Punti chiave da portarsi a casa | In una riga |
|---|---|
| Cos’è un audit di conversione? | Un’analisi del sito che cerca dove gli utenti abbandonano e perché |
| Ogni quanto va fatto? | Ogni 3-6 mesi, oppure dopo un restyling o un calo di vendite |
| Strumenti minimi indispensabili | GA4, Microsoft Clarity, PageSpeed Insights |
| Tempo medio per un audit serio | 15-25 ore di lavoro su un e-commerce medio |
| Risultato atteso | Da +15% a +60% di tasso di conversione in 90 giorni |
| Costo di un audit professionale | Tra 1.500€ e 8.000€ a seconda della complessità |

Cosa vuol dire davvero fare un audit di conversione (e quando serve)
Un audit di conversione è la fotografia onesta di quanto sta perdendo il tuo sito ogni mese. Non è un report con cento grafici colorati che nessuno legge. È una lista di problemi specifici, ordinati per impatto sul fatturato, con accanto la soluzione.
Mi capita spesso di sentire imprenditori che mi dicono: “Ho 50.000 visite al mese ma vendo poco, qual’è il problema?”. Quasi sempre il problema non sta nel traffico — sta in quello che succede dopo il click. L’audit serve esattamente a capire questo passaggio.
Quando ha senso farlo davvero?
- Hai investito in campagne di performance marketing ma il ROAS non sale
- Le visite crescono e le vendite no
- Hai appena lanciato un nuovo sito o un restyling
- Stai per scalare il budget pubblicitario e vuoi essere sicuro che il sito regga
- Il bounce rate sopra il 70% sulla pagina prodotto
E quando invece non serve? Se hai meno di 1.000 sessioni al mese i dati non sono statisticamente significativi. In quel caso meglio investire in traffico prima, e poi ottimizzare.
C’è una cosa che voglio chiarire subito perché crea confusione: l’audit di conversione non è un audit SEO. Sono parenti, dormono nello stesso letto, ma non sono la stessa persona. L’audit SEO guarda come Google vede il tuo sito. L’audit di conversione guarda come gli utenti lo vivono — e dove decidono di chiudere la scheda.
Ti faccio un esempio concreto da un cliente reale (settore arredo casa, ticket medio 280€):
| Metrica | Prima dell’audit | Dopo 60 giorni |
|---|---|---|
| Tasso di conversione | 0,87% | 1,94% |
| Carrelli abbandonati | 78% | 61% |
| Tempo medio sulla pagina prodotto | 23 secondi | 1 minuto e 47 secondi |
| Fatturato mensile | 18.400€ | 41.200€ |
Nessuna nuova campagna pubblicitaria. Solo modifiche al sito, basate sui dati raccolti durante l’audit. Stesso traffico, più del doppio del fatturato. Questa è la differenza tra “ottimizzare il sito” detto a caso e farlo seguendo un metodo.
Strumenti che servono prima di toccare il sito: GA4, Clarity, Hotjar e gli altri
Prima di iniziare un audit serio devi avere i dati. Sembra ovvio ma non lo è: 7 siti su 10 che mi arrivano hanno GA4 installato male, eventi mancanti, conversioni doppie. Se i dati partono sbagliati, l’audit è inutile.
Ecco gli strumenti minimi che uso ogni volta, divisi per cosa servono:
| Strumento | A cosa serve | Costo | Curva di apprendimento |
|---|---|---|---|
| Google Analytics 4 | Dati quantitativi, funnel, eventi | Gratis | Media |
| Microsoft Clarity | Heatmap e session recording | Gratis | Bassa |
| Hotjar | Heatmap, sondaggi, form analysis | Da gratis a 80€/mese | Bassa |
| PageSpeed Insights | Velocità e Core Web Vitals | Gratis | Bassa |
| Screaming Frog | Audit tecnico e link rotti | Gratis fino a 500 URL | Alta |
| GTmetrix | Analisi velocità approfondita | Gratis con limiti | Media |
| Google Search Console | Query, click, posizione media | Gratis | Media |
Una domanda che mi fanno sempre: “Ma serve davvero pagare Hotjar se Clarity di Microsoft è gratis?” La risposta breve è no, per partire Clarity basta e avanza. La risposta lunga è che Hotjar ha funzioni di sondaggio dentro la pagina che Clarity non ha — utili se vuoi fare ricerca utente strutturata. Ma per un primo audit il combo GA4 + Clarity è più che sufficiente.
C’è una cosa che ti consiglio di fare prima ancora di guardare i dati: verifica che gli eventi di conversione siano impostati bene. Apri GA4, vai su Eventi, controlla che “purchase” o “generate_lead” stiano sparando solo quando devono. Una volta ho trovato un sito che contava la conversione ad ogni visita della thank-you page — quindi ogni volta che un utente tornava sulla pagina via cronologia, contava una vendita in più. Il tasso di conversione “reale” era il 60% più basso di quello che il cliente vedeva.
Per chi lavora seriamente sulla SEO c’è anche un altro motivo per fare bene questo passaggio: i dati di conversione corretti ti aiutano a capire quali keyword portano fatturato e quali solo traffico. Senza questa distinzione la strategia di contenuto va a tentoni.
Un consiglio dal campo: prima di iniziare l’audit raccogli almeno 30 giorni di dati puliti. Se fai modifiche al tracking oggi, l’audit lo fai a fine mese. È noioso ma evita conclusioni sbagliate basate su dati di una settimana sola.
Lettura dei dati quantitativi: conversion rate, bounce e funnel di vendita
Adesso iniziamo a guardare i numeri davvero. Apri GA4 e parti dalle metriche che contano, non da quelle che fanno sembrare il sito bello nei report.
Le 5 metriche da guardare per prime:
- Tasso di conversione globale — segmentalo per device, sorgente di traffico e pagina di atterraggio
- Bounce rate per pagina — non quello globale, che dice poco
- Tempo medio di engagement — sostituisce il vecchio “tempo sulla pagina”
- Funnel di acquisto (per e-commerce) — visualizzazione prodotto → carrello → checkout → acquisto
- Pagine di uscita più frequenti — dove esattamente abbandonano gli utenti?

Una cosa che faccio sempre per prima: confronto desktop vs mobile. Nel 90% dei casi il tasso di conversione mobile è la metà di quello desktop. È normale fino a un certo punto, ma se il gap è enorme c’è quasi sicuramente un problema di UX mobile — pulsanti troppo piccoli, popup invasivi, form lunghi, immagini che caricano lente.
Poi viene la parte più interessante: il funnel di vendita. Ti mostro come lo leggo io con un esempio numerico semplice (e-commerce di abbigliamento):
| Step | Utenti | Drop-off | Conversione step |
|---|---|---|---|
| Visualizzazione prodotto | 10.000 | — | — |
| Aggiunta al carrello | 1.200 | -88% | 12% |
| Inizio checkout | 480 | -60% | 40% |
| Inserimento dati spedizione | 290 | -40% | 60% |
| Inserimento pagamento | 180 | -38% | 62% |
| Acquisto completato | 95 | -47% | 53% |
Dove ci concentriamo? Sul numero più alto in valore assoluto, non in percentuale. Lo step “visualizzazione prodotto → carrello” perde 8.800 persone. Anche un piccolo miglioramento qui (passare dal 12% al 14%) porta +200 carrelli, contro le poche decine che guadagnerei ottimizzando step più in basso.
C’è un errore che vedo fare ovunque: si lavora sul checkout perché “lì le persone hanno già la carta in mano”. Vero, ma se solo l’1% arriva al checkout stai sistemando un colabrodo molto in fondo al fiume. Prima sistema i buchi grossi più in alto.
Per chi gestisce campagne capire la differenza tra performance marketing e marketing tradizionale aiuta a interpretare meglio questi dati: il performance non è solo acquisire traffico, è capire cosa fa quel traffico una volta arrivato. L’audit di conversione è il pezzo che chiude il cerchio.
Analisi qualitativa: heatmap, session recording e form analysis
I numeri ti dicono cosa succede. Le heatmap e le registrazioni utente ti dicono perché. Senza questa seconda parte, l’audit è zoppo.

Apri Microsoft Clarity (è gratis, davvero non c’è scusa per non averlo) e guarda tre cose:
1. Heatmap di click sulle pagine principali
Dove cliccano gli utenti? Cliccano su elementi che non sono cliccabili (frustrazione)? Ignorano il pulsante CTA principale? Una volta ho visto una homepage dove il 34% dei click andavano sull’immagine dell’header, perché sembrava un banner. Era invece un’immagine statica. Risultato: gli utenti pensavano fosse rotto il sito e se ne andavano. Sostituita con un vero CTA cliccabile, +22% di click verso il catalogo.
2. Scroll map
Fino a dove arriva il 50% degli utenti sulla pagina? Se il pulsante “Acquista” sta sotto e solo il 30% scrolla fino a lì, hai un problema enorme. Sposta il pulsante. Sembra banale ma in 8 audit su 10 lo trovo come problema.
3. Session recording filtrate per “rage click” e “dead click”
Un rage click è quando l’utente clicca più volte velocemente sullo stesso punto — di solito perché qualcosa non funziona o non risponde abbastanza in fretta. Un dead click è un click su un elemento che non produce nessuna azione. Entrambi sono segnali rossi giganti. Clarity te li segnala automaticamente. Guarda 20-30 sessioni con questi flag e capirai immediatamente i tuoi punti deboli.
Form analysis
Se hai form (contatto, lead, registrazione, checkout) usa Hotjar o lo strumento integrato di Clarity per capire:
- Quale campo viene compilato per ultimo
- Quale fa abbandonare il form
- Tempo speso su ogni campo
- Quante volte un campo viene cancellato e riscritto
Il campo “telefono” è quello che vedo abbandonare più spesso. Le persone non vogliono dare il telefono. Se non ti serve davvero, toglilo. Se ti serve, rendilo opzionale o spiega perché lo chiedi.
Un consiglio che vale oro: guarda almeno 50 session recording prima di trarre conclusioni. Le prime 10 ti danno l’idea. Dalle 10 alle 30 confermi i pattern. Dalla 30 alla 50 trovi le eccezioni che spesso sono le più preziose. Lo so che è palloso, ma non c’è scorciatoia. Le creatività migliori che produciamo per i clienti nascono spesso da insight ricavati guardando ore di session recording — perché capiamo davvero cosa frustra l’utente.
Audit della pagina prodotto e del checkout: dove si perdono i soldi
La pagina prodotto e il checkout sono dove muore o vive il fatturato di un e-commerce. Per i siti di servizi vale lo stesso discorso, ma riferito alla pagina di vendita e al form di contatto.
Ecco la checklist che uso per ogni pagina prodotto, in ordine di impatto sul tasso di conversione:
- Foto del prodotto: minimo 6, di cui 1 in scala umana, 1 in dettaglio, 1 di confezione, 1 in uso reale
- Prezzo visibile sopra la piega: niente “scopri il prezzo”, niente prezzo barrato finto
- Disponibilità e tempi di spedizione chiari: “spedito in 24h” converte meglio di “spedito velocemente”
- Recensioni vere con foto: minimo 15 recensioni per essere credibili, possibilmente con risposta del brand
- CTA principale visibile senza scroll: testo come “Aggiungi al carrello” funziona meglio di “Acquista ora” su molti settori
- Trust badge sotto il pulsante: pagamenti sicuri, reso gratuito, garanzia
- FAQ specifiche del prodotto: taglie, materiali, manutenzione
- Cross-sell intelligenti: prodotti correlati che hanno senso, non a caso
Sul checkout il discorso è ancora più chirurgico. Ogni campo in più equivale a circa il 4-7% di abbandono. Letteralmente: ogni campo. Quindi togli tutto quello che non ti serve davvero per spedire e fatturare.
Errori sul checkout che vedo costantemente:
| Errore | Impatto stimato | Difficoltà di fix |
|---|---|---|
| Costo spedizione mostrato solo all’ultimo step | -15% conversione | Bassa |
| Obbligo di registrazione per acquistare | -25% conversione | Media |
| Solo 1-2 metodi di pagamento | -10/-30% conversione | Media |
| Nessuna progress bar nel checkout | -8% conversione | Bassa |
| Form troppo lungo su una sola pagina | -12% conversione | Media |
| Codice sconto in posizione visibile (su utenti senza codice) | -18% conversione | Bassa |
Quest’ultimo punto è interessante e poco conosciuto. Avere un campo “inserisci codice sconto” ben visibile fa sentire l’utente che non ha codice come se stesse pagando troppo. Risultato: apre Google, cerca il codice sconto, e nel 60% dei casi non torna più. Soluzione semplice: nascondi il campo dietro un piccolo link “Hai un codice promo?”.
I casi studio che pubblichiamo mostrano risultati che a volte sembrano impossibili — ma quasi sempre la differenza la fa una serie di micro-ottimizzazioni come queste, fatte tutte insieme. Non c’è quasi mai un solo cambiamento magico. C’è la somma di 30 piccoli aggiustamenti.
Una cosa importante da ricordare: prima di toccare il checkout, salvati screenshot e video di come funziona ora. Se qualcosa va peggio dopo le modifiche devi poter tornare indietro velocemente. L’ho imparato a mie spese con un cliente che ha perso due giorni di vendite perché avevamo cambiato troppe cose insieme.
Velocità del sito, Core Web Vitals e impatto sulla conversione
La velocità del sito non è solo SEO. È vendite dirette. Ogni secondo in più di caricamento = circa 7-12% di conversione persa. Su un e-commerce che fa 50.000€ al mese, parliamo di 3.500-6.000€ persi ogni mese per ogni secondo di lentezza.

Apri PageSpeed Insights, inserisci le tue 5 pagine principali (homepage, categoria, prodotto, carrello, checkout) e guarda i Core Web Vitals. Sono tre:
LCP (Largest Contentful Paint): tempo per caricare l’elemento più grande visibile. Deve stare sotto 2,5 secondi. Su mobile, idealmente sotto 2.
INP (Interaction to Next Paint): tempo di reazione del sito quando l’utente clicca o tocca qualcosa. Sotto 200 millisecondi è ottimo, sopra 500 è grave.
CLS (Cumulative Layout Shift): quanto si “muove” la pagina mentre carica. Sotto 0,1 è buono. Se la pagina salta mentre l’utente sta per cliccare, gli utenti odiano il tuo sito anche senza saperlo dire.
I problemi più comuni che trovo durante un audit di velocità:
- Immagini non ottimizzate: caricate a 4000px quando ne servono 800
- JavaScript di terze parti: chat, popup di consenso, pixel di tracking che bloccano il rendering
- Font caricati male: 6 varianti di Google Font quando ne usi 2
- Hosting condiviso scadente: tempo di risposta del server sopra i 600ms
- Plugin inutili su WordPress: ho visto siti con 47 plugin attivi, di cui 30 dormienti
Una check rapida che puoi fare adesso:
- Vai su pagespeed.web.dev
- Inserisci la tua pagina prodotto più venduta
- Guarda solo la sezione mobile (è quella che conta di più nel 2025)
- Se il punteggio è sotto 50, hai perso vendite ogni giorno da chissà quanto
Per chi spende soldi in Google Ads c’è un effetto collaterale ancora peggiore della velocità lenta: il Quality Score si abbassa, il CPC sale, il ROAS scende. Quindi un sito lento ti costa due volte: una in vendite perse, una in pubblicità che paghi più cara.
Un consiglio pratico che dò sempre: prima di pensare a un nuovo hosting o a riscrivere il sito, fai queste tre cose semplici e gratis:
- Comprimi tutte le immagini con TinyPNG o Squoosh (riduzione media: -70% del peso)
- Installa un plugin di cache (WP Rocket, Litespeed Cache, simili)
- Rimuovi i plugin che non usi da mesi
Solo con questi tre interventi ho visto siti passare da un PageSpeed di 32 a 78. Senza spendere un euro.
Da audit a CRO: come trasformare i dati in A/B test che funzionano
L’audit ti dà un elenco di 30-50 problemi. Adesso bisogna decidere cosa testare per primo, perché non puoi cambiare tutto insieme. Se cambi tutto, non saprai mai cosa ha funzionato.
La mia regola è semplice: ordina ogni problema su 3 assi e fai prima quello con punteggio più alto.
| Asse | Cosa misuri | Punti |
|---|---|---|
| Impatto | Quanto traffico tocca il problema? | 1-5 |
| Confidenza | Quanto sei sicuro che la modifica funzioni? | 1-5 |
| Effort | Quanto è facile implementarlo? | 1-5 (5 = facilissimo) |
Si chiama framework ICE (Impact, Confidence, Ease) e lo usano un sacco di team CRO seri. Non è perfetto ma evita di buttarsi sulla cosa che ti piace di più invece che su quella che renderà di più.
Un esempio pratico:
| Test proposto | Impatto | Confidenza | Ease | Totale |
|---|---|---|---|---|
| Cambiare colore del CTA principale | 4 | 2 | 5 | 11 |
| Aggiungere recensioni sopra il fold | 5 | 4 | 4 | 13 |
| Riscrivere intera homepage | 5 | 3 | 1 | 9 |
| Togliere campo telefono dal form | 3 | 5 | 5 | 13 |
| Aggiungere video alla pagina prodotto | 4 | 3 | 2 | 9 |
I primi due da fare? Recensioni sopra il fold e form senza telefono. Massimo impatto, massima fattibilità.
Come si fa un A/B test serio:
- Definisci un’ipotesi prima (“Se aggiungo le recensioni sopra il fold, allora il tasso di conversione salirà del X%, perché aumenta la fiducia”)
- Calcola la dimensione del campione necessaria (esistono calcolatori gratis online)
- Lascia girare il test per minimo 14 giorni e fino a significatività statistica del 95%
- Non guardare i risultati ogni giorno e non interrompere il test in anticipo
- Documenta tutto, anche i test che falliscono (sono i più istruttivi)
Una verità scomoda: il 70% degli A/B test che faccio non produce nessuna differenza significativa. Va bene così. Quel 30% che vince paga abbondantemente tutti gli altri.
Sui clienti che gestiamo combiniamo CRO e strategie di remarketing per recuperare gli utenti che abbandonano nei vari step del funnel. È un combo potente: l’audit ti dice dove abbandonano, il CRO riduce gli abbandoni, il remarketing recupera quelli che comunque abbandonano. Capire quali sono i canali più efficaci per il performance marketing per riportare indietro questi utenti è la ciliegina sulla torta.
Errori che trovo quasi sempre quando audito un nuovo cliente
Dopo aver fatto centinaia di audit ho notato che gli errori si ripetono. Cambia il settore, cambia il giro, ma i problemi sono spesso gli stessi. Te li elenco così magari te li risparmi.
1. Mancanza di un evento di conversione pulito su GA4
Otto siti su dieci hanno almeno un evento sbagliato. O conta doppio, o non conta affatto, o conta cose che non sono conversioni. Senza questo dato pulito, tutto il resto è fuffa.
2. Pagine prodotto fotocopia
Stesso layout, stessa descrizione (a volte copiata dal produttore), nessuna differenziazione. Google non sa quale ranking dare e gli utenti non capiscono perché dovrebbero comprare da te invece che da Amazon.
3. Velocità mobile disastrosa
Il sito desktop fa 85 su PageSpeed e i clienti pensano di essere a posto. Poi guardo il mobile: 23. E il 75% del traffico è mobile.
4. Form di contatto con 8 campi obbligatori
Per un B2B medio servono 3 campi: nome, email/telefono, oggetto/messaggio. Tutto il resto fa scappare le persone.
5. Nessun chiaro percorso di conversione dalla home
L’utente arriva, vede 12 banner, 5 pop-up, una chat che salta su, una newsletter da iscriversi, e nessuna idea chiara di dove cliccare. Risultato: chiude.
Un aneddoto vero: un cliente del settore servizi finanziari aveva un sito bellissimo, fatto da un’agenzia premiata, che però convertiva l’1,2%. Ho fatto l’audit e ho trovato che il pulsante “Richiedi consulenza gratuita” era nascosto in fondo al menù, in grigio chiaro, con scritto “Contattaci”. Lo abbiamo spostato sopra, reso giallo brillante, e cambiato in “Richiedi consulenza gratuita in 30 secondi”. Tasso di conversione passato da 1,2% a 3,8% in due settimane. Una sola modifica. Tre volte le richieste di preventivo.
Cose che oggi faccio sempre prima di consegnare un audit:
- Fare il test con 5 utenti veri che non conoscono il sito (test di usabilità “guerrilla”)
- Aprire il sito da una connessione 4G lenta, non dal mio Wi-Fi in fibra
- Guardare il sito su uno smartphone vecchio di 4 anni, non sull’iPhone nuovo
- Fare il checkout con 3 metodi di pagamento diversi
- Provare a contattare l’assistenza clienti via tutti i canali esposti
Sembra eccessivo? Forse. Ma il 90% delle agenzie non fa nessuno di questi controlli. Per questo i nostri audit producono risultati diversi.
Se ti senti perso e non sai da dove iniziare, contattaci per una valutazione del tuo sito. Spesso un’ora di chiamata ben fatta vale più di un mese di tentativi alla cieca. E se vuoi capire come stiamo usando l’AI per automatizzare parti dell’analisi (mantenendo però sempre il giudizio umano sulla strategia), abbiamo qualche caso studio interessante da raccontarti.
Domande frequenti (FAQ)
Quanto costa un audit di conversione professionale?
Dipende molto dalla complessità. Per un sito vetrina semplice si parte da 800-1.500€. Per un e-commerce di media grandezza siamo tra 2.500€ e 5.000€. Per progetti enterprise con più paesi e migliaia di SKU si arriva facilmente a 8.000-15.000€. Diffida di chi te lo offre a 200€: è un report copia-incolla che non vale niente.
Posso fare l’audit di conversione da solo?
Sì, se hai tempo, conoscenza degli strumenti e capacità di leggere i dati senza farti ingannare. Per un primo audit “fai da te” ti consiglio di partire da Microsoft Clarity (gratis) e dal report del funnel di GA4. Se trovi anomalie evidenti puoi sistemarle. Per andare più a fondo serve esperienza che si costruisce sul campo.
Ogni quanto va rifatto un audit di conversione?
Indicativamente ogni 6 mesi per un e-commerce attivo, ogni 12 mesi per un sito di servizi più statico. Va rifatto subito dopo: un restyling del sito, un cambio di piattaforma, un calo improvviso di vendite, l’inserimento di nuove categorie di prodotto.
Quanto tempo ci vuole per vedere risultati dopo un audit?
Le ottimizzazioni veloci (form, CTA, velocità) danno risultati misurabili in 2-4 settimane. Le ottimizzazioni profonde (ristrutturazione del checkout, A/B test multipli) richiedono 60-90 giorni per consolidarsi. Diffida di chi promette il +200% in 7 giorni.
L’audit di conversione serve anche per i siti B2B?
Assolutamente sì, anzi è ancora più importante. Nel B2B il valore di ogni lead è alto (a volte migliaia di euro), quindi anche piccoli miglioramenti del tasso di conversione hanno un impatto enorme sul fatturato. La metodologia cambia un po’ (si guarda di più al funnel di lead generation che al checkout), ma il principio è lo stesso.
Devo aspettare di avere tanto traffico prima di fare un audit?
Sotto le 1.000 sessioni mensili l’audit quantitativo non ha senso (i dati non sono significativi). Però l’audit qualitativo (heatmap, session recording, test di usabilità) si può fare anche con 200-300 sessioni. Quindi non aspettare di avere “tanto traffico”, inizia da quello che hai.
Qual è la differenza tra audit di conversione e audit UX?
Si sovrappongono al 70%, ma con focus diversi. L’audit UX guarda l’esperienza complessiva dell’utente (anche su funzioni che non portano direttamente a una vendita). L’audit di conversione è più chirurgico: punta solo a far crescere il tasso di conversione e il fatturato. Spesso si fanno insieme.
Serve sempre un’agenzia o posso usare uno strumento AI?
Gli strumenti AI sono utili per la fase di raccolta dati e per generare ipotesi. Ma l’interpretazione strategica, la prioritizzazione e la creatività delle soluzioni richiedono ancora cervello umano esperto. Sul nostro blog trovi diversi articoli dove approfondiamo questo equilibrio tra AI e lavoro umano nelle attività di marketing.